MESSA A DIMORA DELLE BARBATELLE

Siamo in inverno, verso la fine del mese di Febbraio e qualche giornata, in Liguria, da l’illusione di cedere il passo alla primavera, ma poi torna a persistere la pioggia e l’idea svanisce. Stefano Legnani in questo periodo osserva il tempo e inizia a setacciare il compost, in attesa di qualche giornata consecutiva di sole, per la messa a dimora delle barbatelle.

compost setacciato

Si tratta di un passaggio che in vigneto viene svolto periodicamente negli anni per sostituire quelle piante che dopo essersi ammalate diventano improduttive. Accade, soprattutto quando si conduce un vigneto senza uso di pesticidi.

Come avviene la messa a dimora delle barbatelle 

La messa a dimora delle barbatelle può avvenire in vari modi e dipende sostanzialmente da due fattori: la grandezza del vigneto e la manodopera disponibile. In alternativa dalle idee che ciascuno vignaiolo decide di portare avanti.

Nel vigneto a Ponte di Toi si procede col metodo più antico. Si fa una buca, con l’ausilio di una piccola mototrivella e si inserisce la barbatella nella buca. Si lascia sporgere solo il nesto, ovvero gli ultimi centimetri della pianta, distinti da un leggero strato di cera che protegge le nuove gemme.

In questo vigneto, alla posa della barbatella, seguono due ulteriori passaggi: l’aggiunta di una base di compost e di una pastiglia di micorrize (vediamo ora più approfonditamente di cosa si tratta). A questo punto si rimette la terra nella buca e e la si compatta con l’ausilio di un bastone nella parte interna e col piede o una pala, nella parte in superficie. In questo modo terra e radici si accorpano diventando un unicum.

messa a dimora delle barbatelle

Perché il compost

Si tratta del compost auto-prodotto dagli scarti stessi del vigneto: ramaglie, raspi, vinacce, erba. Si crea e si mantiene un terreno ricco di microrganismi ma anche di tipicità. Un circolo produttivo virtuoso, che restituisce alla terra ciò che la terra ha generato.

Perché le micorrize

Se state pensando a qualcosa di chimico o sintetico, vi annunciamo con piacere che non è così. Le micorrize innescano un processo di semplice aiuto alla natura. Si chiama micorrizzazione ed è responsabile di un’associazione simbiotica tra le radici della pianta e alcuni funghi che già si trovano nel terreno. Il fungo colonizza le radici della pianta, fornendole nutrienti minerali. Inoltre il fungo crea una rete di filamenti (detti ife) che crescono esternamente alla radice della pianta  permettendole di raggiungere un volume di suolo notevolmente superiore. Questo si traduce in una maggiore capacità di assorbimento di sostanze nutritive e di acqua.

Nella visione di Stefano c’è questo. L’avvicinamento alla natura che si traduce in aiuto e non in mutamento. Nella mano che accompagna, non in quella che afferra.

Vedi il prossimo articolo: Favino nero, sovescio o pacciamatura nel vigneto di Stefano Legnani?